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| APPROVATA AL SENATO LA RIFORMA DELL'UNIVERSITA' 30/07/2010 |
L'intervento del vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, in Aula
Signor Presidente, colleghi senatori, signor ministro, signori del governo,
la riforma che oggi ci accingiamo ad approvare è una riforma rilevante. Essa affronta con coraggio la profonda crisi del modello classico di università, cominciata negli anni Sessanta, in Italia aggravatasi nel corso dei decenni, anche per colpa di fattori endogeni come una complessiva debolezza istituzionale, vincoli di bilancio pubblico strettissimi e un'azione di governo che, nei decenni passati, si è spesso rivelata di breve respiro.
Il modello tradizionale di università aveva fra i suoi elementi fondanti la separatezza e la cooptazione: si trattava di un'istituzione che si autogovernava e autoperpetuava e che, per questo, cercava il più possibile di mantenersi autonoma dal mondo esterno. Oggi quel modello non è più sostenibile, perché all'università si richiede di interagire con la realtà circostante e di anticiparne i sempre più rapidi cambiamenti. Ciò impone un nuovo paradigma, che sappia conciliare tradizione e modernità.
Oggi dal docente universitario si pretende che sia al contempo didatta, manager, ricercatore, fund raiser. E all'università si chiede di essere capace di promuoversi, attraverso una politica di comunicazione a volte priva di aplomb, ma imposta dalle nuove logiche che dominano il mercato.
Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo, la riforma in discussione va alla ricerca di un nuovo paradigma, marcando già nel suo intento una profonda differenza con le caotiche, ripetute e contraddittorie riforme degli ultimi anni. Dalla zoppicante e incompiuta autonomia universitaria, che si è tradotta in molti casi in una perdita secca di responsabilità, ai tanti provvedimenti a causa dei quali tale autonomia è stata annunziata a parole e nei fatti limitata quando non addirittura negata. Per non parlare della riforma localistica dei concorsi e, in ultimo, del cosiddetto "3+2", che ha scardinato la vecchia laurea quadriennale sostituendola con un ordinamento incerto e per molti versi incapace di fornire ai nostri giovani gli strumenti necessari per essere competitivi nel mercato del lavoro, sia al livello nazionale che internazionale.
Tutti questi provvedimenti che ho appena elencato non hanno di certo risolto la crisi dell'università. Anzi, semmai l'hanno aggravata. Prendendo atto delle difficoltà dell'istituzione universitaria e dei numerosi errori strategici finora commessi, la riforma che oggi approviamo marca una svolta, in linea con un impegno che il governo e la maggioranza hanno assunto sin dall'inizio di questa legislatura: razionalizzare prima di tutto il sistema, eliminando i tanti, troppi sprechi che hanno portato allo sfascio i bilanci di molti atenei italiani. In tal senso, il caso dell'Università di Siena è emblematico: uno degli atenei più antichi d'Italia si è svegliato una mattina con oltre duecento milioni di debiti e in una notte ha posto le premesse per il risanamento tagliando i rami secchi, razionalizzando le strutture distaccate, eliminando corsi di laurea superflui, adottando politiche del personale più oculate.
Il caso Siena, insomma, in qualche modo ha sperimentato in anticipo quella che sarebbe stata la ratio della riforma: avviare un percorso virtuoso che all'introduzione di misure strutturali affianchi una diversa modalità di impiego delle risorse.
Ebbene, sin dall'inizio abbiamo sostenuto la convinzione che non si potesse parlare di nuovi fondi senza prima mettere mano alla cattiva amministrazione e allo spreco di quelli già erogati. Si tratta di un atto di responsabilità che ci siamo imposti come principio guida della nostra azione di governo e che si ritrova anche all'interno di questa riforma, che come le altre e più delle altre inserisce l'aspetto economico in una prospettiva più ampia.
Abbiamo costruito un buon motore. Nei prossimi mesi sapremo anche trovare la benzina in grado di farlo funzionare. E' un impegno che assume questa maggioranza. Oggi per essa, e ancor più per il governo che essa sostiene, non ci sono più alibi.
Il ribaltamento della logica che ha fin qui, e con esiti fallimentari, sovrainteso al funzionamento dell'università italiana, passa attraverso alcune direttrici essenziali.
1. La creazione di un sistema basato su incentivi e disincentivi, attraverso una valutazione ex post di atenei e singoli docenti in base alla quale stabilire i finanziamenti alle strutture, gli scatti stipendiali e la partecipazione alle commissioni di concorso per i docenti. Un sistema tramite il quale verrebbe, peraltro, abilitata una parola sinora sconosciuta: concorrenza, sia tra gli atenei che all'interno del corpo docente. Una competizione virtuosa tra gli istituti, che non compromette tuttavia la collaborazione, attraverso federazioni e accorpamenti ispirati a principi di efficienza.
2. Sempre in nome dell'efficienza la riforma punta a razionalizzare il sistema creando una differenziazione sostanziale tra gli atenei. Finora è andata avanti l'idea in base alla quale "tutti possono fare tutto", appiattendo in questo modo le peculiarità di atenei e facoltà e mettendoli tutti sullo stesso piano. La riforma scardina anche questo residuo del passato, attraverso meccanismi di premialità che incentivano l'università a migliorare se stessa.
3. Nello stesso solco si inscrive l'opposizione all'egualitarismo. La riforma, in controtendenza con il sistema radicatosi dopo il Sessantotto, dà spazio al merito e alle capacità, creando un meccanismo virtuoso sia tra le università che all'interno delle università. Lo fa legando, ad esempio, le retribuzioni alla capacità di raccogliere fondi e di rappresentare un patrimonio per il proprio ateneo, nella direzione di una sostanziale rottura rispetto ai principi che finora hanno per lo più governato il modello tradizionale. Con il Sessantotto -come dicevo- si è radicato un egualitarismo di fondo che ha messo tutti sullo stesso piano. Questa riforma, dopo decenni, punta a scardinare tale logica e a sostituirla con quella meritocratica.
4. Il reclutamento. Finalmente si riconosce che c'è una fase in cui chi entra nell'università non può fare a meno di mettersi alla prova. Non è più possibile andare avanti con il vecchio sistema, in base al quale si entrava subito con assunzione. Allo stesso modo, bisogna interrompere quel meccanismo controproducente che ha impedito finora a chi veniva espulso di rientrare subito nel mercato di lavoro, in maniera tale da evitare di fargli perdere inutilmente tempo ed energie. Attraverso le liste di idoneità si introduce un criterio di responsabilità: chi effettua scelte al ribasso, ne paga il prezzo in termini concorrenziali.
5. C'è poi il conflitto intergenerazionale. La scarsità delle risorse rischia di far scoppiare una guerra tra poveri. Noi questo conflitto intendiamo gestirlo, senza cedere a massimalismi e salvando la specificità del mondo universitario che sin dalla sua origine antica -il libero incontro tra allievi e maestri- evidenzia la impossibilità di fare a meno sia dell'energia dei giovani sia dell'esperienza degli anziani.
I tratti che ho brevemente delineato rendono l'idea della portata epocale di questa riforma. Al ministro Gelmini, al relatore, al presidente Possa e ai colleghi del Senato, anche dell'opposizione, che hanno apportato un importante contributo, va senza dubbio il merito di aver affrontato senza sudditanze e con senso di responsabilità una materia complessa, dominata da logiche sedimentatesi nel tempo e per questo difficili da scardinare. Pur nel rispetto della tradizione, questa riforma dell'università segna una rottura con il cattivo passato, in linea con il processo di modernizzazione e con quanto ci viene richiesto dal mondo esterno.
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